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SOUNDLESS WIND CHIME (2009) Kit Hung

19 set
Tempo di lettura: 1 min

Enigmatica storia d’amore, fatta di silenzi, che si muove su diversi piani temporali: passato e presente s’intersecano, creando un tutt’uno. Questo non tempo è avallato dalla credenza orientale – più volte citata nella pellicola – che vuole che, una persona, dopo la propria morte, torni il settimo giorno successivo per dire i suoi addii.

Le parole mancano quasi del tutto, la comprensione della storia non è facile, anche se ci si lascia accompagnare, prendere per mano dalle immagini: si deve arrivare alla fine del film per riuscire a capirlo del tutto.

Dal punto di vista tecnico è davvero riuscito: fotografia con colori bellissimi, lunghi piano sequenza, paesaggi urbani e naturali equamente evocativi. Nonostante sia ambientato tra Hong Kong e la Svizzera, le suggestioni del cinema orientale appaiono predominanti.

Anche se il film è lieve e soave, la storia raccontata parla di un amore sbilanciato in cui Pascal, svizzero irrequieto che ad Hong Kong fa l’artista di strada (e talvolta il ladro), tratta Ricky da servile cinesino, sottomettendolo. Pascal ha bisogno di Ricky ma desidera allo stesso modo una vita che comprenda altri ragazzi da incontrare, discoteche e libertà. Questa dicotomia sentimentale lo fa soffrire e, nonostante il suo personaggio non mi piaccia per niente, nel momento in cui si accorge che il suo comportamento ferisce oltre ogni modo Ricky, ha un’intuizione di colpevole consapevolezza in una scena favolosa dentro ad un bus, girata con colori bellissimi.

E’ assai strano che un film così intenso e di ottima fattura (il regista ha impiegato cinque anni a terminarlo), abbia avuto successo solo in ristrettissimi circoli.

 
 
 

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