DYLDA (2019) Kantemir Balagov

Visto al IFFR2020.
Leningrado, periodo immediatamente successivo alla fine della guerra. Clima di povertà e devastazione tangibili: comunalka, razionamenti, vestiti appena sufficienti per ripararsi dal freddo.
La stria di due donne, Iya e Masha che, nonostante siano delle vittime, hanno la forza della disperazione che permette loro di andare avanti. Si completano nella loro tristezza, nonostante i colpi duri inferti dalla vita, cercano di creare un sodalizio che permetta loro di continuare ad esistere.
Balagov fa sua la lezione di Sokurov e Balabanov: immagini splendide e storie durissime, che però conservano un’aura di romanticismo che non sparisce mai del tutto.
Analisi perfetta di come una società venga completamente smembrata dalla guerra e non si sappia più riconoscere quando questa sia finita. La ricostruzione storica è precisa, soprattutto nel mostrare la vita, squallida ed infelice di tutti i giorni, senza alcuna via d'uscita. Gli interni riproducono dei microcosmi in cui si evidenziano dinamiche presenti ovunque, nell'Unione Sovietica di quel periodo.
La cupezza pervade tutto il film e il regista si disinteressa di evincere la visione, usa la lentezza per esplorare, col rischio anche di annoiare lo spettatore.
Fotografia da togliere il fiato.




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