BIG BANG LOVE, JUVENILE (2006) Takashi Miike

Film intenso, di ambientazione teatrale, in cui il regista crea un quadro di assoluta bellezza in ogni singolo fotogramma.
Una carrellata di immagini sublimi (quella della scala in orizzontale su tutte) che si incastrano alla trama di un mistero che si svela con lentezza e parsimonia.
E’ una storia d’amore fantastica, soprattutto perché non è una storia d’amore, è qualcosa di meno e, senza dubbio, qualcosa di più.
La confessione di un omicidio in un riformatorio è la cosa scatenante in una pellicola che non segue una linea narrativa classica, e forse non ne segue nessuna.
Questa ambientazione, che rimanda a Fassbinder e Derek Jarman, incornicia un “non luogo”: un carcere in cui non esistono mura, in cui ogni movimento dei detenuti sembra far parte di una coreografia ed in cui i dialoghi si alternano a lunghi ed estenuanti silenzi.
Una storia in cui il tempo non ha valore cronologico e le scene vengono ripetute ogni volta con una valenza diversa: viene data allo spettatore la possibilità di scegliere se seguire la trama oppure lasciarsi andare e fluttuare insieme al film.
E alla fine tutto viene svelato, ma con una soluzione che sembra dire “c’era davvero bisogno di una spiegazione?“.
Colpo di genio il metodo seguito per l’interrogatorio, in cui le domande non vengono enunciate ma sovrimpresse alle immagini.
Le inquadrature degli esterni sono enormi e bellissime, finte e pittoresche. Inchiodano l’unico vero colpevole: l’arcobaleno.




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