RIZI (2020) Tsai Ming Liang

Alla fine c’è riuscito Tsai Ming Liang a togliere completamente i dialoghi da un suo film.
Pura contemplazione e una storia labile, l’incontro di due persone, seguite dalla telecamera nei preparativi che anticipano questo momento: il solito Lee Kang-sheng, sempre più stropicciato, sempre incredibilmente fotogenico con un’aria smarrita di chi sa che c’è una qualche forma di verità, anche se non riesce a trovarla e Anong Hougheuangsy, giovanissima nuova scoperta (non altrettanto magnetico, secondo me) che potrebbe diventare il nuovo alter ego del regista.
Tsai Ming Liang si prende tutto il tempo di cui ha bisogno con lunghi segmenti di telecamera fissa che riprendono azioni quotidiane o primi piani interminabili, ma nella fissità dell’immagine lentamente esce l’intimità che il regista vuole mostrare. O semplicemente scoprire.
Tsai Ming Liang non smetterà mai di sperimentare, cercherà sempre nuovi modi per parlarci del suo modo, nuove storie, nuovi individui, nuove facce attorno a quella meravigliosa di Lee Kang-Sheng.
Insieme ai due attori, protagonista del film è il carillon, regalato da Kang a Non, che suona la melodia di Luci della ribalta.
Come sempre lo scopo del regista è narrare la solitudine, entrare dentro i corpi delle persone isolate, quasi come fosse una gastroscopia.
Quasi inutile sottolineare che la fotografia è qualcosa di sublime, ma sempre meglio dirlo.
Meraviglioso.




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